Corriere fiorentino: "Tante formazioni e moduli cambiati, serve un'identità precisa per uscire ai bassifondi"

Cambiano gli interpreti, e cambia (seppur di poco) il modulo. Come dire: giocano tutti, ma in pochi hanno continuità. È questo, probabilmente, il primo passo da fare

13 ottobre 2026 11:05
Corriere fiorentino: "Tante formazioni e moduli cambiati, serve un'identità precisa per uscire ai bassifondi" - Firenze, Stadio Franchi, 20.09.2026, Fiorentina-Napoli, foto Lisa Guglielmi. Copyright Labaroviola.com
Firenze, Stadio Franchi, 20.09.2026, Fiorentina-Napoli, foto Lisa Guglielmi. Copyright Labaroviola.com
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Alzi la mano chi, oggi, saprebbe recitare a memoria la formazione titolare della Fiorentina. Certo, gli undici ripetuti in stile filastrocca appartengono ad un calcio che non c’è più e sicuramente non è questo l’indicatore principale per stabilire se una squadra abbia o meno un’identità. Del resto viviamo nell’epoca delle partite ogni tre giorni, delle maxi rose e le rotazioni son diventate più o meno indispensabili per qualsiasi allenatore. Il guaio nasce quando non si hanno (ancora) principi e concetti talmente solidi e precisi da render (quasi) superfluo l’utilizzo di un giocatore piuttosto che un altro.

Gli esempi positivi non mancano. Si potrebbe citare la Fiorentina di Italiano (141 formazioni diverse nelle prime 141 panchine), o il Como di Fabregas. Squadre che ovviamente hanno alternato risultati buoni a momenti difficili, ma sempre e comunque riconoscibili. Per non parlare dell’Inter di Inzaghi o, oggi, quella di Chivu. A Firenze invece siamo davanti ad allenatori (prima Grosso, poi Vanoli) che continuano a cambiare non per una normale gestione delle risorse ma per una evidentemente molto complessa ricerca della quadra. Primo dato: la Fiorentina ha giocato otto partite tra campionato e Coppa Italia ed è scesa in campo con otto formazioni diverse. E se con il primo allenatore le scelte parevano addirittura schizofreniche (pensiamo alla linea difensiva sempre diversa nelle prime tre giornate) anche Vanoli pare ancora lontano dall’aver individuato una linea precisa. Certo, i suoi punti di riferimento li ha: De Gea, Jimenez, Dragusin, Ranieri, Fagioli, Ndour e Mastantuono, con lui, son sempre partiti dall’inizio. Era successo a Venezia, così come con Napoli e Genoa. Gli altri, ruotano. Viery ha giocato le prime due, salvo poi essere escluso a Marassi, così come Njie. Emblematico poi il caso centravanti. Tre partite col nuovo tecnico, e tre scelte diverse: a Venezia Beto, col Napoli Pellegrino, quindi di nuovo l’ex Udinese.

Cambiano gli interpreti, e cambia (seppur di poco) il modulo. Partiti in estate con l’idea di fare un 4-3-3 puro, si è quindi virato sul 4-3-2-1 (prima con Gudmundsson e Atta a supporto del centravanti, poi con l’esclusione dell’islandese e l’inserimento di Mastantuono) per poi arrivare al 4-2-3-1 e ad un «abito», a Marassi, che a causa dell’improvviso ingresso di Ouali nell’undici iniziale, sembrava una via di mezzo.

Una girandola di situazione che trova conferma anche nei dati sull’utilizzo dei calciatori. La Fiorentina infatti ha già utilizzato tutti gli elementi di movimento a disposizione e gli unici fermi a zero minuti giocati sono i due portieri di riserve, Christensen e Lezzerini. L’unico ad aver giocato tutti i 720’ disponibili (recuperi esclusi) è De Gea, seguito da Dragusin (672’), Ndour (667’), Mastantuono (559’) e Fagioli (509’). A far riflettere però è il dato su chi è rimasto in campo per almeno metà dei minuti disponibili. Oltre ai già citati, si aggiungono Valdepenas (487’), Pellegrino (460’), Atta (400’), Ranieri (399’) e Jimenez (390’). Tutti gli altri (si va dai 344’ di Viery ai 25’ di Croci) stanno sotto il 50% rispetto al totale del tempo giocato.

Come dire: giocano tutti, ma in pochi hanno continuità. È questo, probabilmente, il primo passo da fare. Trovare una base, raggiungere una chiara identità nei principi di gioco da seguire e grazie a quella, poi, sfruttare le tante e diverse soluzioni possibili.

Lo scrive stamattina in edicola il Corriere fiorentino