C’è un momento, nelle stagioni complicate, in cui la paura lascia spazio alla prospettiva. Per la Fiorentina quel momento sembra essere arrivato lunedì sera a Cremona: una vittoria pesante, forse più per ciò che rappresenta che per i tre punti in sé. Perché racconta di una squadra che, sotto la guida di Vanoli, ha cambiato passo. Quando il tecnico è subentrato a Pioli all’11ª giornata, la situazione era ai limiti del collasso: appena 4 punti, una media di 0,4 a partita e un ultimo posto che sembrava già una sentenza. Da lì, però, è iniziata una lenta ma costante risalita: in 19 giornate di campionato, la Fiorentina ha ottenuto 6 vittorie, 6 pareggi e 7 sconfitte, per un totale di 24 punti: una media di 1,26 a partita.
Non una corsa europea, certo, ma un ritmo da squadra pienamente in linea con la salvezza: mantenendo quella media fin dall’inizio della stagione, oggi i viola avrebbero circa 37 punti, sarebbero all’11° posto, a -3 dalla Lazio e a -5 dal Bologna (e chiuderebbero a 48). La realtà attuale dice che la Fiorentina è 16ª ma racconta anche di una squadra che, proprio grazie al successo di Cremona, ha per la prima volta lasciato alle spalle 4 avversarie. Un dettaglio che pesa, specie se si guarda da dove è partita la rimonta: 20° posto e 4 punti al momento dell’arrivo di Vanoli. Da lì, il recupero è stato impressionante: i viola hanno pian piano rosicchiato 14 punti alla Cremonese, 12 al Pisa, 11 al Verona e 6 al Lecce, prendendo come riferimento i numeri della classifica nel turno di campionato nel quale ha debuttato il tecnico di Varese. E poi c’è un altro dato che dà la misura del cambiamento: nel girone di ritorno, la Fiorentina ha raccolto 15 punti, gli stessi di Roma e Lazio, due in meno della Juve e due in più del Bologna. In altre parole, i viola da gennaio stanno viaggiando a un ritmo da oltre metà classifica e non più da zona retrocessione. È qui che si gioca la differenza tra sopravvivere e rilanciarsi.
La Fiorentina non è ancora fuori pericolo, certo, ma – adesso si può dire – ha cambiato totalmente pelle: da squadra rassegnata a gruppo che compete, da fanalino di coda a realtà che può (finalmente) guardarsi alle spalle. E in una stagione così, a volte, è proprio questo lo scatto decisivo. Lo scrive La Nazione.
