Il 46enne Fabrizio Miccoli, ex attaccante di Ternana, Perugia, Juventus, Fiorentina, Benfica, Palermo e Lecce ha dichiarato in un’intervista a La Gazzetta dello Sport: “La prima volta che vidi Diego Armando Maradona fu come se avessi visto Gesù Cristo. Mi colpì perché era altruista, giocava più per gli assist che per i goal. Volevo essere come lui. Ero in macchina, quando ho saputo della sua morte. Accostai, restai fermo e muto per dieci minuti. In una cassetta di sicurezza conservo l’orecchino che la Finanza gli sequestrò all’aeroporto di Roma. Lo comprai all’asta per 25mila euro. Non l’ho mai portato, avrei voluto restituirglielo. Il tatuaggio di Che Guevara l’ho fatto perché ce l’aveva anche lui. A me la politica è sempre interessata poco, però sapevo chi era Che Guevara perché mio zio Tonino, un uomo di sinistra, ne parlava sempre“.
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Al Milan
“Mi ritrovai in collegio a Lodi, assieme a tanti ragazzi che avrebbero fatto strada: Coco, Maresca, Daino, Corrent. Soffrivo e non resistetti, alla fine della seconda stagione ritornai a casa. Pensai che mi avrebbe preso il Lecce, ma loro mi gelarono: “Non è che qua sarai titolare perché sei stato al Milan”. Forse ci erano rimasti male perché dal Lecce Club, una loro squadra satellite, io ero andato al Milan. Firmai per il Casarano. Debuttai in Serie C, segnavo. Passai alla Ternana. Poi la Juve, che mi prestò al Perugia“.
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Alla Juventus
“Luciano Moggi mi fece pagare il fatto di aver rifiutato la procura a suo figlio Alessandro? A Torino, molti mi consigliarono di firmare per la Gea di Alessandro Moggi. Me lo suggerì anche Antonio Conte, leccese come me. Il procuratore però ce l’avevo, era Caliandro e non volevo tradirlo. Non lo so, se ciò che successe dopo avvenne per ripicca. Moggi padre mi punzecchiava sui tatuaggi, sull’orecchino, sui capelli, e quando ritornai dal prestito alla Fiorentina, ci fu l’episodio del pullman. Loro avevano vinto lo Scudetto (poi revocato per Calciopoli, ndr) e un giorno ci portarono in Comune per una premiazione. Io venni lasciato solo a bordo, ad aspettare, una situazione umiliante. Mi cedettero al Benfica. Non sono pentito, però mi chiedo come sarebbe andata la mia carriera se avessi accettato di cambiare agente. Che poi sono sempre stato fedele a Caliandro e oggi con Caliandro non ci parliamo più. Quando ero carcere, mi dicevano che Moggi, il padre, telefonasse per sapere come stavo e questo mi ha fatto riflettere. Al di là di tutto, oggi penso che Moggi sia una persona vera“.
Lo riporta calciomercato.com
