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Idoneità sportiva in Italia con il defibrillatore. Nuove speranze per Bove

Rassegna Stampa

Idoneità sportiva in Italia con il defibrillatore. Nuove speranze per Bove

Redazione

20 Marzo · 10:43

Aggiornamento: 20 Marzo 2026 · 10:43

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È caduto un tabù?

Edoardo Bove segna in Inghilterra. E il gol della rinascita dopo il malore, il defibrillatore e l’arrivederci forzato al calcio italiano. Mentre il centrocampista, ex Fiorentina e Roma, torna a esultare con la maglia del Watford, in Italia accade qualcosa che segna un precedente destinato a cambiare la storia della medicina sportiva: l’ospedale di Padova concede, per la prima volta nel nostro Paese, l’idoneità agonistica a un atleta con defibrillatore sottocutaneo. E uno sciatore diciassettenne veneziano, già tornato a gareggiare e vincere. Soffre della sindrome di Brugada, un disturbo elettrico del cuore che può scatenare aritmie fatali. Lo riporta La Nazione.

Analogie con il caso Bove? La presenza del defibrillatore sottocutaneo. «Dopo i casi di Eriksen e Bove si è diffusa l’idea errata che l’Italia vieterebbe l’idoneità a chi ha il defibrillatore, in realtà la normativa dice che l’unica preclusione è legata al tipo di malattia e non al dispositivo salvavita», spiega il cardiologo Domenico Corrado, docente dell’Università di Padova, fra i massimi esperti di morte improvvisa a livello internazionale, in passato super perito delle procure per mettere a fuoco le cause dei decessi dei calciatori Piermario Morosini e Davide Astori. Insieme a un’équipe di specialisti il direttore della Cardiologia dell’azienda ospedaliero universitaria di Padova, ha seguito il lungo percorso che ha portato al via libera all’agonismo dello sciatore veneziano.

Professore, questa esperienza può aprire anche in Italia la strada al ritorno in campo di atleti con defibrillatori?

«Ogni caso dev’essere valutato individualmente, non esistono automatismi. Ma le più recenti linee guida del Cocis, il Comitato organizzativo cardiologico per l’idoneità allo sport, prevedono che l’impianto di un defibrillatore non rappresenti più automaticamente una controindicazione allo sport agonistico, purché la patologia non sia progressiva e non vi siano segni di danno strutturale significativo del cuore. Tra i criteri di sicurezza rientra anche l’assenza di fibrosi miocardica estesa, cioê cicatrici nel muscolo cardiaco, oltre una soglia del 15%».

Che cosa è cambiato rispetto al passato nella valutazione di questi atleti?

«Sono cambiati tecnologia e approccio clinico. Oggi abbiamo dispositivi più sicuri e una maggiore capacità di stratificare il ri-schio. Le linee guida della cardiologia dello sport indicano un approccio personalizzato: si valuta il tipo di malattia, il rischio aritmico e le caratteristiche del dispositivo».

Che ruolo ha il defibrillatore sottocutaneo?

«Non richiede elettrocateteri inseriti nel cuore o nei vasi sanguigni. Questo riduce il rischio di complicanze nel lungo periodo ed è particolarmente vantaggioso nei pazienti giovani. Il dispositivo è in grado di riconoscere le aritmie ventricolari pericolose e intervenire con uno shock salvavita».

Avete verificato il funzionamento del dispositivo anche durante l’attività sportiva?

«Il monitoraggio costante da remoto è fondamentale. Abbiamo eseguito test specifici anche in gara per verificare la qualità del segnale durante lo sforzo e accertare che non vi fossero interferenze con l’attività muscolare. Un passaggio fondamentale per garantire sicurezza sotto sforzo. Il segnale era perfetto anche nelle zone più remote».

Quali sono stati i criteri medici decisivi per concedere l’idoneità allo sciatore?

«Innanzitutto la natura della patologia. In questo caso si tratta di una malattia elettrica del cuo-re, la sindrome di Brugada, che non mostra segni di progressione. Gli esami hanno escluso alterazioni del miocardio e la presenza di fibrosi».

Questa esperienza si inserisce anche in un contesto internazionale?

«In altri Paesi è gia possibile gareggiare con il defibrillatore. I dati dimostrano che, se i pazienti sono selezionati con attenzione e seguiti da centri esperti, il rischio si può gestire. E servito coraggio, perché anche se la normativa apre a questa possibilità in un centro di provata esperienza, bisognava accertare il basso rischio dell’atleta con assoluta sicurezza. E poi la cultura, e questo è garantito dal fatto che a Padova da trent’anni si studiano le morti improvvise».

Lei parla dell’importanza della decisione condivisa tra medico e atleta. Che cosa significa?

«Significa che la scelta finale nasce da un confronto approfondito tra i medici, l’atleta e la famiglia. Spieghiamo con chiarezza rischi e benefici e la decisione viene presa insieme».

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