In una lunga intervista alla Gazzetta Dello Sport Gaetano D’Agostino ha parlato della sua carriera, ripercorrendo tutte le tappe vissute da calciatore. Tra queste la Fiorentina e Firenze e l’annata passata con Mihajlovic, queste le sue parole:
È arrivato fino a sfiorare il Real Madrid. Ci pensa spesso a “come sarebbe andata se…”?
“Tutti i giorni. Mi hanno tolto un sogno. Era l’estate del 2009: ricordo la prima volta che mi chiamò Bronzetti, gli attaccai il telefono in faccia. Pensavo fosse uno scherzo. Lui mi richiamò. ‘Sei pronto ad andare a Madrid?’. E si figuri, io inizialmente pensavo all’Atletico. Invece, era il Real. Per l’emozione tirai una sigaretta – qualcuna me la concedevo – e stavo per far bruciare la camera. L’accordo sembrava definito, avevamo il charter prenotato e sarei dovuto partire la sera stessa. Invece, all’improvviso, saltò tutto”.
Il direttore sportivo di allora, Miguel Pardeza, disse che lei aveva le caratteristiche giuste per guidare il centrocampo del Real…
“Questo mi lusinga molto, penso che sicuramente sarei andato a giocarmi le mie carte. Poi, stando al fianco dei campioni migliori giorno dopo giorno. Chissà come sarebbe andata…”.
È il suo rimpianto più grande?
“Non lo definirei rimpianto, perché non ho avuto voce in capitolo. Sicuramente mi è dispiaciuto, quello sì. Sono cose che ti possono cambiare la carriera”.
Quindi, nessun rimorso?
“Sul Real no. L’unico errore della mia carriera è stato non accettare il Napoli. Mi sarei tolto delle belle soddisfazioni. De Laurentiis stava formando un gruppo vincente e io ne sarei stato un punto fermo”.
E pensare che quell’estate occupò per un mese le prime pagine dei giornali. Sembrava potesse spuntarla la Juve, addirittura prima dei Blancos.
“Vivevo col telefono in mano quell’estate. Ogni giorno spuntava una possibilità. La Juve era un’opzione concreta. Credo che se ci fosse stato Marotta sarei andato lì, invece presero Felipe Melo. Con Ciro Ferrara in Nazionale parlavamo già di schemi e tattiche, come se fosse tutto fatto”.
Dopo quell’estate il rapporto con i Pozzo si deteriorò…
“Il presidente dopo la trattativa saltata con il Real mi incrociò in ritiro e mi fece il segno della croce. Credo volesse dire di mettermi l’anima in pace. ‘Tu da qui non ti muovi’. E i sei mesi dopo furono tosti. Tornavo a casa che non mi ricordavo nemmeno come era finita la partita o chi avesse segnato: avevo la testa da un’altra parte. Poi all’Udinese devo tanto, hanno sempre creduto in me, ma lì si era rotto qualcosa”.
E scelse di andare a Firenze.
“Trovai Mihajlovic, una persona vera e un allenatore speciale. Si fermava a tirare le punizioni con me e Marcolin. E doveva vincere sempre lui, non c’era verso…”.
