C’è stato un momento in cui Paolo Vanoli (e di conseguenza la Fiorentina) pareva aver trovato la via. Quattro partite, contro Cremonese, Lazio, Milan e Bologna, e otto punti. Non solo. Gioco, atteggiamento, attenzione. Dopo mesi alla perenne ed inutile ricerca di se stessa la Fiorentina era (o a questo punto sarebbe meglio dire sembrava) diventata una squadra. Un’illusione, appunto. Proprio dopo la più bella prestazione della stagione infatti, con annesso primo successo in trasferta (a Bologna) i viola si sono nuovamente in una selva oscura. Cagliari, Como, Napoli. Tre gare, di cui due al Franchi, e tre sconfitte. Come se i progressi visti a gennaio non ci fossero mai stati oppure, ed è forse questo l’aspetto più preoccupante, come se fossero bastate quattro partite fatte discretamente per (ri)perdere contatto con la realtà.
E se era giusto riconoscere all’allenatore il merito di aver (apparentemente) convinto il gruppo a giocare con lo spirito giusto è altrettanto corretto, adesso, sottolineare come lui stesso sembra essere ripiombato nella confusione. Prendiamo le dichiarazioni di questi sette giorni. «Dobbiamo essere incazzati — disse dopo il k.o. con il Cagliari — e soprattutto dobbiamo capire come si affrontano queste partite. La prestazione comunque c’è stata, ma abbiamo pagato gli errori». Dura capire come si possa dire, nella stessa frase, che la prestazione è stata buona se ancora non è stato trovato il modo per interpretare certe sfide.
A proposito. Da quando è arrivato, il mister, ha vinto solo uno scontro diretto (contro la Cremonese), perdendo quelli con Verona, Parma e Cagliari. Un bel guaio, se si pensa agli spareggi da giocare con Pisa e Lecce. Ma torniamo alle parole. «Non sappiamo stare nella sofferenza», ha ripetuto dopo il k.o. con il Como, «noi dobbiamo giocare a calcio ma anche saper soffrire e questo non ci riesce».
Anche qua: qual è il messaggio? Si vuol convincere il gruppo ad aver coraggio e ad attaccare o lo si vuol render consapevole che, per certe zone della classifica, serve un altro atteggiamento? Infine sabato, a Napoli. «Sul primo gol eravamo messi bene ma ancora una volta nonostante la bella prestazione abbiamo pagato errori individuali. Non possiamo però svegliarci solo dopo aver subito gol anche se l’atteggiamento è stato quello giusto». Una confusione riscontrabile anche nelle scelte: perché Brescianini e Fabbian titolari nel maxi turnover di Coppa Italia e poi di nuovo dall’inizio al Maradona? Perché tanta ritrosia nel puntare sui nuovi salvo poi buttarli (quasi) tutti dentro nella trasferta più difficile? Perché, dopo aver parlato di «saper soffrire», presentarsi in casa di Conte con una formazione iper offensiva?
Domande che forse non troveranno risposta anche se a farlo, ed è questa alla fine l’unica cosa che conta, sono i numeri: in 13 partite di serie A sulla panchina viola Vanoli ha raccolto 13 punti (3 vittorie, 4 pari e 6 sconfitte), subendo 20 reti e segnandone appena 18. Nel mezzo l’eliminazione in Coppa Italia, e la mancata qualificazione diretta agli ottavi di Conference con 2 k.o. su 3 gare guidate.
Un ruolino di marcia tutto fuorché esaltante ma buono abbastanza, fino a prova contraria, per guadagnarsi la fiducia di dirigenti e proprietà. Convinti dei miglioramenti visti (indiscutibili sul piano atletico) e, parole di Joseph Commisso, di aver visto una squadra che «col mister ha trovato energia, chiarezza e identità». Lo scrive il Corriere Fiorentino.
