Ivan Zazzaroni ha scritto un pezzo sul Corriere dello Sport: “La sera di giugno di sette anni fa in cui Diego Della Valle decise di vendere a Rocco Commisso ero ospite a cena del proprietario della Fiorentina nell’appartamento ricavato nell’elegantissimo Palazzo Tod’s in Corso Venezia, a Milano. Un caso, o forse no. C’erano anche Michele Lupi, direttore dei progetti speciali del Gruppo, e un giovane nipote di Della Valle. Nicola, se ricordo bene.
Intorno a mezzanotte Della Valle, che aveva risposto a quattro o cinque chiamate, alzò improvvisamente la voce: «Rocco, il prezzo è quello e quello resta!». Poi ci sorrise. Commisso pagò la Fiorentina fino all’ultimo euro. La voleva. Dal giorno seguente cominciò a cambiarne il destino portando risorse, passione e idee ambiziose, una delle quali non ha potuto realizzare. Era un tipo battagliero, non amava gli ostacoli, ma ne ha incontrati un numero antipatico nella sua Italia. Squadra e strutture, strutture e squadra, questo aveva in testa: il gioiello, il Viola Park, uno dei centri più belli d’Europa; il rimpianto, lo stadio che non gli hanno permesso di costruire come l’avrebbe voluto.
Commisso capì immediatamente che l’Italia non era l’America dove s’era conquistato credibilità, riconoscibilità, ricchezza, e che da noi i progetti si scontrano con la politica, la burocrazia, l’invidia. Ha lottato, s’è stufato, ma si è arreso soltanto a una lunga malattia. Aveva affidato la società all’amico Giuseppe “Joe” Barone, così simile a lui nel temperamento ma diverso nella sostanza. La morte di Barone è stato un momento di notevole spiazzamento per il club che sta ricercando l’equilibrio in una fase complicata del calcio italiano”.
