Dopo i lavori per Italia ‘90 il Franchi poteva contenere 49.000 spettatori, eppure la media segnò il primo calo scendendo a 31.301, complice anche il finale di quella gestione con la retrocessione in B e il fallimento. Cinquemila spettatori in meno rispetto ai Pontello. Ancora un passo indietro con i Della Valle, che pure portarono la Fiorentina in Champions League con Toni, Mutu, Frey e uno degli allenatori più amati dai tifosi, Cesare Prandelli. Media spettatori: 28.468. Siamo all’ultima gestione, quella di Rocco Commisso presidente di una Fiorentina che da qualche mese a questa parte deve giocare in uno stadio disastrato, in mezzo alle gru e ai calcinacci, con una capienza ridotta a 22.000 posti. In sei campionati, escluso quello del covid e compreso quello in corso, la media è scesa a 26.310 spettatori.
In meno di quarant’anni la Fiorentina ha perso più di 10.000 spettatori, per l’esattezza 10.166. Non è un calo, è un’emorragia. Qualcuno potrebbe spiegarla con l’avvento delle tv a pagamento, negli anni Ottanta non esistevano le dirette delle partite. In parte può essere così, ma allora diventa difficile capire perché Olimpico (versante romanista) e San Siro siano sempre strapieni, così come il Dall’Ara negli ultimi anni, il Gewiss Stadium di Bergamo e il Maradona. Più probabilmente la gente è stufa di non entrare più nella lotta per i primi posti, di non correre più per la Champions. E poi oggi si deprime quando mette piede in quell’osceno teatro che non dovremmo più chiamare Franchi per non offendere il nome del più grande dirigente calcistico italiano. Nella classifica delle medie-spettatori della Serie A, la Fiorentina dei Pontello è stata anche al terzo posto, con i Cecchi Gori è scesa, con i Della Valle ha riconquistato il quarto e il quinto posto, con l’ultima gestione solo il primo anno ha raggiunto il sesto posto, poi due volte settima, ottava e nelle ultime due stagioni quattordicesima. Certo, la capienza è stata ridotta a 22.000 spettatori, ma contro il Lecce, una partita diventata fondamentale per la stagione viola, ce n’erano appena 16.000. Su questi dati dovrebbe riflettere Commisso, oggi è lui al comando. Ha costruito una casa fantastica, ma il Viola Park non è dei tifosi. Quella è proprio roba sua, c’è il suo nome davanti all’ingresso principale. Soprattutto ora che la squadra va male, malissimo, la Fiorentina dovrebbe avvertire ancora di più la necessità di aprirsi all’esterno, di confondersi con la città, di riaccendere una passione che non è più quella di un tempo.
Può darsi che sia presto per confrontare i risultati di quest’ultima gestione con quelle precedenti, Commisso ha acquistato la Fiorentina sette anni fa, i Pontello sono rimasti per un decennio, i Cecchi Gori per dodici stagioni, i Della Valle per diciassette. Però, nonostante gli sforzi (90 milioni investiti nell’ultimo mercato), è evidente che i risultati non sono paragonabili a quelli dei predecessori. Sia chiaro, Vittorio Cecchi Gori ha portato per due volte la Fiorentina in Serie B e l’ha fatta fallire ma capitava nella stessa gestione in cui i viola vincevano due volte la Coppa Italia, una volta la Supercoppa ed arrivavano in semifinale di Coppa delle Coppe. I Pontello hanno quel secondo posto come il fiore all’occhiello, i Della Valle le presenze in Champions League. Commisso non ha avuto fortuna, tre finali, tre sconfitte. Storicamente la Fiorentina è una squadra da settimo/ottavo posto. Facendo una media dei piazzamenti di ogni proprietà, con i Pontello è arrivata al 6,8° (fra il sesto e il settimo posto, più vicino al settimo che al sesto), con Cecchi Gori al 9°, con Della Valle all’8,06°, con Commisso oggi è all’8,60°, a pochi passi dal nono posto. Questa è la storia dell’ultimo mezzo secolo di Fiorentina, queste sono le sue medie. Però in passato c’è sempre stata un’impennata, un momento più o meno lungo di calcio ad alto livello. E’ quello che è mancato in questi anni, non la certezza, ma anche la sensazione di non poterci arrivare. C’è poi un altro aspetto che accomuna le ultime quattro proprietà viola: nessuna si è salvata dalla contestazione dei tifosi. I fiorentini non si accontentano del vivacchiare. Quindi, o abbandonano o contestano.
Se facciamo un paragone del periodo di Commisso con i club della stessa (o quasi) dimensione della Fiorentina, quindi escludendo Juventus, Milan e Inter, si ha un’idea più precisa sulla disaffezione dei tifosi. Tranne il Torino di Cairo (con la bacheca vuota), le altre, vale a dire Napoli (ricordiamo dov’era quando l’acquistò De Laurentiis), Atalanta, Bologna, Lazio e Roma hanno fatto meglio, molto meglio dei viola. Partecipazioni alla Champions e/o all’Europa League per tutte, trofei conquistati dalla Roma, dal Napoli, dall’Atalanta, dal Bologna e dalla Lazio. La Fiorentina niente. Così le ambizioni restano lì, insoddisfatte. Come è insoddisfatta la gente. Settanta anni fa, questa squadra viveva il suo periodo d’oro con lo scudetto, la finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid, la Coppa delle Coppe, quattro secondi posti di fila, in panchina Fulvio Bernardini, in campo Sarti, Julinho, Montuori, Virgili, poi Hamrin. Quello è il sogno dei fiorentini, anche dei giovani che in curva cantano “Torneremo grandi ancor come nel ‘69 o nel ‘56″. Ma ogni anno il sogno va in frantumi. Nel 2026 ricorre non solo il centenario della nascita della Fiorentina, ma saranno anche settanta anni esatti dal primo scudetto e trenta dalla doppietta Coppa Italia-Supercoppa. Anni fantastici nell’anno sbagliato. Lo scrive il Corriere dello Sport.
