Un testacoda , praticamente. Dire, però, che la Fiorentina ora vola con le ali sarebbe un esercizio pericoloso. Primo perché la squadra di Vanoli sta provando a decollare dalla zona salvezza ed è sulla pista di rullaggio, cercando di sfruttare l’ampiezza del gioco e soprattutto delle ali. Secondo, in estate gli esterni capaci di saltare l’uomo sono stati ‘ripudiati’, mentre con il mercato invernale, in fretta a furia, ne sono stati aggiunti due: Solomon ed Harrison. Se l’israeliano si è messo subito in mostra per qualità delle giocate e, soprattutto, per i gol segnati, l’ex Leeds ha iniziato ‘piano’, per poi gettarsi nella mischia come solo i giocatori inglesi sanno fare.
Gioca largo in un ruolo che non c’è quasi più: quello di ala, appunto. E ci gioca con le caratteristiche degli interpreti di una volta di quel ruolo, il dribbling’ il salto dell’avversario, l’ondeggiare, l’andare verso la porta seguendo traiettorie – rigorosamente a piede invertito perché non si sa mai, che egli stesso apre e con la forza, la potenza atletica, la concentrazione, la continuità necessarie nel calcio di oggi. Non è un caso che sia stato forgiato dall’idea calcistica di quel genio fuori dagli schemi di Marcelo Bielsa.
Attenzione, perché non siamo facendo la esagerata elegia di un fuoriclasse. No, ma la fredda analisi di un uomo che la Fiorentina non aveva e che sta provando sfruttare, anche in modo quasi casuale (decisivo l’infortunio a Gudmundsson).
Anche quando si sposta in altre zone del campo Harrison è utile, quasi a dimostrare la sua appartenenza alla categoria dei giocatori di ruolo e allo stesso tempo universali. Gioca per se stesso e contemporaneamente per la squadra. Gioca senza vanità, con quello stile tutto suo, quasi goffo quando punta l’avversario e lo carica. Difetti? Gli piace più il sinistro del destro e talvolta insiste nel cercare il dribbling. Pazienza, se poi sforna assist, come per Kean con il Toro, cercando il primo acuto. Lo scrive La Nazione.
