Si è svuotato troppo in fretta il carro di Robin Gosens. Troppo in fretta qualcuno è sceso: aveva preso gli otto gol, i 10 assist dell’anno scorso (oltre a una dose di leadership difficilmente quantificabile) per buttare tutto in una soffitta e lasciarli in balia della polvere. La tentazione, si dirà, è grande perché le prestazioni del tedesco – e di tanti altri, per la verità – hanno fatto storcere il naso ai più. Quelli probabilmente della memoria corta che si sono dimenticati quando, in estate, la priorità della società era respingere le offerte – presunte o meno – soprattutto dell’Atalanta.
Da quel momento la parabola di Robin si è accentuata verso il basso, insieme a quella viola. Forse le due cose non sono slegate. Anzi. Sono più unite rispetto ad altre, perché oltre a una rincorsa a capire come utilizzare il tedesco (la difesa a 3 iniziale non lo ha favorito), non sono mancate le disavventure.
Ha dovuto fare i conti con un infortunio più fastidioso del previsto che gli ha fatto saltare 12 gare sulle attuali 37 alle quali si sono aggiunte altre 4 assenze (non ha giocato) per scelta tecnica. Nelle restanti 21 in 8 occasioni è stato in campo 90′. Solo a Udine non è entrato per i postumi della frattura al volto.
Stavolta non si può fare a meno di quello che sarà, per i postumi della frattura, l’uomo mascherato. La sua esperienza è mancata, come il suo contributo sulla di sinistra, diventata troppe volte terreno di conquista per gli avversari. Ora serve il vero Robin, quello che ha dato un senso agli equilibri tattici di una Fiorentina da Conference; basterebbe una viola da salvezza, convinti che con lui si possa trovare equilibrio e rendimento. Per tornare sul carro i posti sono già occupati da chi non è mai sceso. Lo scrive La Nazione.
