Che di certo non sono frutto solo dell’arrivo del direttore sportivo sotto il cielo di Firenze e dintorni, ma quelli sono e smentire l’assunto non si può quando ci sono i numeri. Ricapitolando: pareggio beffa contro il Torino al “debutto” e ben contento è il dirigente piacentino di aver sostituto la faccia a dir poco preoccupata di quel giorno in tribuna d’onore al Franchi con un sorriso (accennato, il profilo è costantemente basso per scelta) nelle partite a seguire in cui la Fiorentina ha sempre vinto, contro Como e Pisa in campionato, a Bialystock in Conference League ipotecando e qualcosa di più il passaggio agli ottavi di finale. Dieci punti conquistati, otto gol fatti e tre subìti. In campionato media punti 2,33 a gara che è una media da zona Champions in su, ma alla Fiorentina basta e avanza se prosegue per quel che resta anche con meno e si salva.
Cosa ci ha messo Paratici? Esperienza, determinazione, senso del rischio trasformato in consapevolezza, appartenenza forse più di ogni altra cosa, e l’ha fatto – va ribadito – curando ogni minimo particolare in un’immersione totale ventiquattro ore su ventiquattro e sette giorni su sette al Viola Park, usando le parole giuste e i toni appropriati per stimolare responsabilità e reazioni dei calciatori, che andavano sì con la testa bassa sotto la Curva Fiesole ogni volta che perdevano (12 volte in campionato), ma probabilmente non avevano capito in che guaio si erano cacciati. Così, anche così, si spiega la crescita di Dodo, Pongracic, Ndour, Piccoli e Kean in modi differenti ma tutti importanti per la Fiorentina, il recupero clamoroso di Ranieri, la conferma a buonissimi livelli di Fagioli e Mandragora: quelli che c’erano ma spesso non c’erano prima di Paratici. Lo riporta il Corriere dello Sport.
