La Fiorentina ha scelto gennaio per guardarsi allo specchio e rompere quello che non funzionava più. Un mese di mercato invernale è infatti bastato per certificare tre verità che da lunedì sono agli atti: che le operazioni portate a termine in estate sono state quasi del tutto bocciate, che la proprietà – specie dopo la morte di Rocco Commisso – non ha alcuna intenzione di tirare i remi in barca e che la permanenza in A adesso ha un prezzo preciso, anche sul piano salariale. Il primo dato simbolico è impietoso: quattro degli otto calciatori acquistati tra luglio e agosto sono già stati accompagnati alla porta. Un’ammissione di colpa che racconta bene quanto quella finestra estiva fosse stata costruita su basi fragili. Oltre a Dzeko, Sohm, Nicolussi e Viti hanno fatto le valige anche profili finiti ai margini come Marí, Richardson, Martinelli e Infantino, a conferma di una scelta radicale: quella di voltare pagina.
Dentro questa cesura si è inserito però anche un messaggio chiaro da parte della famiglia Commisso: in caso di salvezza la Fiorentina si è impegnata a versare quasi 30 milioni di euro per i riscatti che diventeranno obbligatori (più altri 18 se il club vorrà aggiudicarsi pure Solomon ed Harrison). Una risposta concreta a chi, dopo la scomparsa di Rocco, aveva ipotizzato un disimpegno della proprietà, che già in estate aveva registrato un passivo sul mercato di 60 milioni.
Quella firmata dal ds Goretti, col supporto da remoto di Paratici, è stata dunque una rivoluzione a metà ma dal significato pieno. Cinque innesti che, sulla carta, garantiranno maggiore qualità e più soluzioni tattiche al prezzo di un mercato a costo zero: 2 milioni incassati (quelli dell’Al-Hilal per Marí) e 2,5 spesi per i prestiti di Brescianini (1), Harrison (1) e Rugani (0,5). Il vero equilibrio si giocherà però sui possibili 24 milioni in entrata dai riscatti di Sohm e Richardson e sui 29 pronti a uscire se la categoria verrà mantenuta (per i riscatti di Brescianini, Fabbian e Rugani). Lo riporta La Nazione.
