Non servono gol, non servono schemi, non servono analisi tattiche.
Nel calcio moderno, a volte, basta una faccia giusta al momento giusto.
È il caso di Naomi Smith, giornalista/conduttrice diventata in poche ore la cosiddetta “Diletta Leotta della Coppa d’Africa”. Un’etichetta che dice già tutto: non parla del suo lavoro, non racconta la sua competenza, ma la colloca immediatamente in una categoria ben precisa. Quella della bellezza virale.
Dai meme al boom social
Tutto nasce come spesso accade oggi:
qualche inquadratura durante la Coppa d’Africa,
qualche meme prodotto dal web,
qualche confronto forzato con volti già noti della TV sportiva europea.
Risultato?
Un’esplosione virale talmente potente da spingere Naomi Smith ad aprire un account Instagram, che nel giro di pochissimi giorni raccoglie migliaia di follower. Non per un’inchiesta, non per un approfondimento, non per un racconto esclusivo dal campo. Ma per l’immagine.
Ed è qui che il discorso smette di essere leggero.
Il calcio raccontato non vince più sul calcio mostrato
Il punto non è Naomi Smith.
Lei, anzi, fa quello che oggi chiunque farebbe: cavalca l’onda. Sarebbe ipocrita chiedere il contrario.
Il punto è il sistema.
Un sistema in cui:
- la bellezza femminile precede la parola
- l’estetica anticipa il contenuto
- la viralità conta più della competenza
Nel calcio di oggi spesso non importa cosa dici, ma come appari mentre lo dici.
E questo vale soprattutto per le donne, intrappolate in un meccanismo che sembra offrire visibilità, ma in realtà decide lui i confini.
Giornalismo sportivo o intrattenimento travestito?
La domanda, allora, è brutale ma necessaria:
stiamo ancora parlando di giornalismo sportivo?
Perché se una figura diventa centrale:
- prima per i meme
- poi per i follower
- infine per l’algoritmo
e solo dopo – forse – per quello che racconta, allora il calcio diventa sfondo, non più protagonista.
La partita scorre dietro.
L’immagine resta davanti.
Una vittoria apparente
Naomi Smith vince in termini di numeri, esposizione, popolarità.
Ma il sistema perde.
Perde perché manda un messaggio chiarissimo:
nel calcio moderno la bellezza non accompagna il racconto, lo sostituisce.
E finché continueremo a confondere l’attenzione con il valore, i meme con il merito, Instagram con l’autorevolezza, il rischio sarà sempre lo stesso:
un calcio sempre più guardato, sempre meno capito.
Francesco Pistola
