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Gravina: “Vivo da recluso, le mie dimissioni un atto d’amore. Alla politica non frega niente dell’Italia”

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Gravina: “Vivo da recluso, le mie dimissioni un atto d’amore. Alla politica non frega niente dell’Italia”

Redazione

12 Aprile · 10:45

Aggiornamento: 12 Aprile 2026 · 10:45

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L’ex Presidente della FIGC Gabriele Gravina è stato intervistato dal Corriere della Sera dopo le sue dimissioni, queste le sue parole:

Un’ora per attraversare sette anni e mezzo. Gabriele Gravina, presidente dimissionario, non si fa sconti e non ne fa, raccontando per la prima volta dopo la maledetta notte di Zenica come e perché il calcio italiano è precipitato all’inferno. C’è spazio per rimpianti, proposte, analisi e un momento intenso di commozione: il calcio per Gravina è parte fondamentale della sua vita. «Ho assaporato la polvere dei campi di terza categoria e vissuto nel salotto buono, ho conosciuto persone meravigliose e ricevuto grandi delusioni. Una lezione di vita che custodirò gelosamente».

Presidente cosa l’ha più ferita dal momento in cui la Bosnia ci ha estromesso dal Mondiale?
«Ho accettato le critiche in silenzio e addirittura gli insulti. Ma non posso tollerare di essere definito indegno. Nessuno può permettersi certe patenti di moralità, sia dentro sia fuori il mondo del calcio». Si riferisce al ministro Abodi?
«Non voglio fare nomi. Ognuno si qualifica per quello che è e per quello che sente. Toccherà ad altri dare un giudizio».

I risultati della Nazionale determinano le crisi politiche: è giusto?
«No e l’ho detto in più di un’occasione. La Federazione promuove il gioco del calcio con un grande impatto sulla società civile. Pensiamo agli oltre 800 mila minorenni impegnati, ai progetti con le scuole, ai programmi sull’inclusione e sulla sostenibilità sociale e ambientale. Per non parlare dei risultati positivi delle Nazionali giovanili e di quelli delle azzurre. Forse avrei dovuto essere più bravo come calciatore: ho sbagliato due rigori contro la Svizzera e tre palle gol con la Bosnia e dopo, dal dischetto, ne ho tirati uno alto e un altro sulla traversa. Forse mi sarei dovuto allenare di più…».

Perché si è dimesso?
«Mi assumo le mie responsabilità. Non ho mantenuto la promessa che avevo fatto ai tifosi italiani. Avevo detto che saremmo dovuti andare al Mondiale anche a nuoto e invece non ci siamo riusciti. Le dimissioni sono un ultimo atto d’amore verso il calcio. E non potevo permettere che gli attacchi al sottoscritto penalizzassero la Federazione. Ma non è tutto qui…».

Si spieghi meglio…
«Già prima dei playoff avevo pensato di farmi da parte. E non tanto perché non mi sentivo all’altezza, quanto per i vincoli, i legami e gli impedimenti che frenano la crescita e lo sviluppo del movimento. E tutto ciò, permettetemi di dirlo, è frustrante. Alla fine, ho deciso di rimanere e ho accettato questa via Crucis. Adesso vivo quasi da recluso tra casa e Federazione».

Ma in che Paese siamo se un presidente è costretto a stare rintanato nella sua abitazione o girare scortato?
«Un Paese in cui il pensiero si ritrae e lascia spazio agli istinti più bassi e animaleschi. Il calcio è la cartina di tornasole della nostra società e in certi momenti diventa un luogo di frustrazione feroce e giudizi ciechi. Speravo che uscissimo meglio dal Covid e invece certi istinti sono addirittura peggiorati».

Quale deve essere l’identikit del suo successore?
«Non sarò il regista del futuro e non tirerò la volata a nessuno. È folle pensare che possa fare accordi con qualcuno. Sono convinto che alla fine le componenti mostreranno senso di responsabilità e riusciranno ad individuare un candidato in grado di coagulare il maggior numero di consensi possibile».

Avrebbe un suggerimento da dare al futuro presidente?
«Serve unità d’intenti e anteporre il bene comune alla difesa dei propri orticelli».

Già, la politica: perché tenta sempre l’invasione di campo?
«Una domanda che non va fatta a me. Abbiamo 1 milione 400 mila tesserati e un grande seguito di tifosi. Una realtà che può alimentare qualche sospetto. Lo sport ha un ruolo e una dimensione fondamentale nella società e merita rispetto anche quando si perde, non solo quando si vince».

Ci sono state tante soddisfazioni in questi sette anni e mezzo di presidenza.
«La grande battaglia vinta quasi da solo per la sopravvivenza del calcio durante il Covid, l’Europeo a Wembley nel 2021, i numerosi successi delle Nazionali giovanili, la co-assegnazione di Euro 2032. Ma soprattutto l’aver creato la divisione paralimpica. Sapete quale è stato il momento più bello?». E qui Gravina si commuove, lasciandosi andare… «Le mail e le testimonianze di tanti genitori — confida — che mi hanno offerto stima e supporto».

Presidente, questa è anche l’occasione per chiarire il concetto di dilettanti riferito agli altri sport e usato nel dopo partita della Bosnia…
«Mi spiace per come le mie parole siano state interpretate in Italia. Sicuramente andavano argomentate meglio: volevo sottolineare che il professionismo deve sottostare a regolamentazioni nazionali e internazionali. Di certo non era mia intenzione mettere in dubbio, né svilire, l’impegno e la professionalità degli atleti di altre discipline».

Perché non andiamo al Mondiale dal 2014 mentre gli altri sport stanno crescendo vertiginosamente?
«Adesso abbiamo avviato un progetto con i bambini per rimettere al centro la tecnica. La verità è che si fa fatica a perseguire l’interesse comune. La filiera del talento italiano non si sviluppa a pieno perché i club, che sono aziende private, perseguono i propri interessi e non ritengono funzionali il tempo e la fatica che servono per far sbocciare un giovane selezionabile per la Nazionale».

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