Zero gol, zero emozioni, tanti fischi. La (poco, anzi, per niente invidiabile) formula Fiorentina batte un altro colpo. Non vince contro il Parma (quattro i punti consegnati agli emiliani fra andata e ritorno), la squadra di Vanoli, e continua a navigare in acque pericolosissime, vivendo e facendo vivere ai suoi tifosi una lenta, terribile, agonia nella direzione di un futuro incerto. E che fa paura. Di sicuro a fare paura a tutto e a tutti, sono stati i 90 minuti della partita di ieri, ovvero un condensato di non-gioco, non-azioni da gol, non… tutto.
La sintesi dei primi 45 minuti è sembrata un’aggiunta, una sorta di terzo tempo di Udinese-Fiorentina giocata lunedì scorso: nessuna apparizione nell’area dell’avversario. Nemmeno una sbirciatina in zona-gol. No, nonostante il modulo fosse tornato quello ‘standard’, ovvero un 4-1-4-1 con tanto di esterni (Harrison e Gud in versione horror) a supporto della punta di riferimenti (Piccoli) che ha vissuto il match con una staticità imbarazzante. I cenni di cronaca? Un paio (ed entrambi marchiati Parma): 13′ occasione di Strefezza che sbaglia la mira al momento di cercare la porta e al 43′ una botta da lontano di Keita, di poco sul fondo. La Fiorentina? Non pervenuta, come dicevamo. E quindi fischiata.
La ripresa si apre con la micro-illusione di un paio di incurisioni viola, nei primi cinque minuti. Fagioli e poi (e soprattutto) Piccoli si mangiano un paio di occasioni che potevano vale un tesoro. Illusioni, dicevamo, perché poi la Fiorentina si riaddormenta. Giochicchia un po’ di più, ma tra il giochicchiare e risolvere le partite c’è di mezzo un mare. Anzi un oceano.
Vanoli si agita, prova a far girare un pacchetto di sostituzioni ma il gioco viola rimane imballato e imbullonato davanti a un Parma che a sua volta appare ordinato, magari libero di testa (grazie a una classifica ormai consolidata sulla salvezza) ma che in porta non arriva quasi mai. Vedi la domenica (senza lavoro) di De Gea. Finisce così, senza gol, senza emozioni e senza nulla. E un’agonia da interrompere ma che nessuno, allenatore e giocatori, sa come fare. Lo scrive La Nazione.
