Il Napoli, sotto questo aspetto, è un orologio. O almeno, lo è fino a quando ne ha: tre giorni dopo l’immane fatica contro il Chelsea, Conte ha proposto una formazione identica per dieci/undicesimi, con otto titolari assenti e quattro cambi pronti in panchina. C’è gente arrivata alla ventiseiesima partita di fila come McTominay o alla ventiquattresima come Hojlund. Perdere Di Lorenzo al 26′, poi, ha fatto il resto: la fatica e il trauma per le lacrime del capitano hanno spezzato il ritmo, propiziando il ritorno della Fiorentina, ma non hanno piegato il gruppo. Sfinito ma orgoglioso. La definizione da curva “undici leoni” calza a pennello a questa squadra molto mancina: tre centrali dopo l’ingresso di Olivera e lo spostamento a destra di Juan Jesus – ennesima bocciatura per Beukema -, per un totale di sette sinistri naturali in campo. E mancino è stato anche il tiro della vittoria di Gutierrez, questa volta molto meglio a destra a piede invertito. Una vittoria fondamentale. Forse la più importante della stagione per il punto a cui è arrivato il Napoli: a pezzi, aggrappato al mercato e interamente concentrato su campionato e Coppa Italia. Lo scrive il Corriere dello Sport.
Dipende. Tutto dipende dal punto in cui si decide di guardare il mondo del Napoli dopo la vittoria con la Fiorentina: se da quello di Vergara o da quello di Di Lorenzo. Se dal punto di vista della vittoria e dell’ennesima dimostrazione di una tenacia fuori del comune per lo stato di costante emergenza, o da quello dall’ennesimo guaio di una stagione assurda. Anche Conte s’è diviso tra la celebrazione dei suoi e la rabbia per l’infortunio del capitano: grave, purtroppo. Al ginocchio sinistro: fortissimo sospetto di crack del crociato. E ciò significa stagione finita insieme con il sogno Mondiali.
Un guaio vero per il Napoli e la Nazionale: anche una macchina perfetta come Di Lorenzo, capace di collezionare 33 partite su 35 da titolare, di cui 31 da 90 minuti, non è immune ai rischi dello stress incessante. È questa la triste copertina di una partita tutto sommato bella e viva, soprattutto nel primo tempo, con tre gol di ragazzi che in Serie A non avevano mai segnato (Vergara, Gutierrez, Solomon), due pali (Piccoli e salvataggio di Comuzzo), la rarità dell’assist di un portiere (Meret), la seconda rete in tre giorni di un napoletano di talento che gioca come uno scugnizzo in Champions e in Italia (Vergara), con la stessa furbizia e uguale sfrontatezza, e tante emozioni contrastanti. Il Napoli era reduce dalle sconfitte con Juve e Chelsea e dai saluti all’Europa; la Fiorentina da quelle con il Cagliari e il Como negli ottavi di Coppa Italia. Alla fine l’ha spuntata Conte sull’ex collaboratore e amico Vanoli, consolidando le distanze in zona Champions e portandosi a -6 dall’Inter per una notte. La Viola, invece, è sempre invischiata pericolosamente in zona retrocessione e oggi guarderà con ansia a Torino-Lecce. Le cadute di Pisa e Verona hanno addolcito il 12° ko in campionato, ma la situazione resta molto complessa.
Vanoli, sistema a quattro (4-3-3) o a cinque (3-4-1-2) che sia, deve lavorare molto sulla fase difensiva: evidenti falle collettive e individuali su entrambi i gol del Napoli. Il primo con assist di Meret ed ennesimo duello perso da Pongracic con Hojlund tra andata e ritorno: riproporre la marcatura non è stata un’ottima idea, così come piazzare Brescianini su Vergara, tanto che poi nella ripresa sono arrivati i correttivi. Note positive? La squadra è viva. E ancora: le conferme di Fagioli e Piccoli – un palo e lo zampino sul gol di Solomon -, e il buon rientro di Kean dopo tre partite. Il tandem d’attacco può funzionare e portare la salvezza, a patto che la squadra migliori in attenzione, preventive e raddoppi in fase di non possesso.
