Il ritorno al 3-5-2 dopo oltre due mesi e mezzo di 4-3-3 si è rivelato solo un autentico autogol. La Fiorentina arrivava infatti da un periodo in cui, con il 4-3-3 inaugurato all’andata contro l’Udinese, aveva ritrovato gioco, produzione offensiva e una media punti decisamente più solida. Cambiare di nuovo assetto, proprio adesso, ha finito per esporre la squadra ai suoi limiti strutturali e mentali.
I numeri sono impietosi.
Con la difesa a 3: 0 vittorie, 6 pareggi e 9 sconfitte in 15 partite, 11 gol fatti e 30 subiti.
Con la difesa a 4: 5 vittorie, 3 pareggi e 4 sconfitte in 12 partite, 19 gol realizzati e 12 incassati.
Non solo: contro Torino, Lazio e Milan la Fiorentina era partita con la linea a quattro, era passata in vantaggio e solo dopo il passaggio alla difesa a 3 nei minuti finali ha subito il pareggio in pieno recupero. Sei punti evaporati così, per una scelta tattica che i numeri bocciano senza appello.
Le attenuanti legate alle assenze di Dodò e Solomon non reggono fino in fondo: con Gosens, Fortini e Fazzini le soluzioni per confermare il 4-3-3 c’erano. Invece si è scelto di tornare al 3-5-2, inserendo anche un Rugani non al meglio della condizione e adattando Harrison quinto a piede invertito, con l’effetto di perdere Gudmundsson e depotenziare Fagioli.
Il dato più preoccupante è che questa squadra sembra rigettare il 3-5-2 non solo sul piano tecnico ma anche su quello psicologico. Già fragile di suo, quando viene esposta ai propri punti deboli va in confusione totale. Insistere con questo schema, dal primo minuto o anche a gara in corso, rischia soltanto di provocare ulteriori danni alla Fiorentina.
La scelta di Vanoli resta difficilmente spiegabile, se non con una presunta sfiducia verso le alternative in panchina per confermare il 4-3-3. Una motivazione che, alla luce dei numeri e delle prestazioni, appare però debole. Perché i dati raccontano una verità chiara: questa Fiorentina funziona a quattro, e soffre terribilmente a tre.
