Nuovo appuntamento con il podcast ufficiale della Fiorentina “A luci spente”. Protagonista dell’episodio è Marco Brescianini, che si racconta attraverso quattro carte, Infanzia, Passioni, Difficoltà ed Educazione, svelando aspetti inediti della sua vita privata e dell’uomo che si cela dietro il calciatore.
“Sono cresciuto in una famiglia semplice, che mi ha insegnato valori importanti. Mia madre lavorava come impiegata e mio padre faceva il meccanico: entrambi hanno fatto molti sacrifici per me e per mio fratello.
Ho iniziato a giocare a calcio a soli tre anni, con il pallone sempre tra i piedi, coltivando fin da piccolo il sogno di diventare calciatore. In questo percorso non sono mai stato solo: mio padre e mio fratello mi hanno sempre sostenuto e accompagnato.
Ero un ragazzo timido e tranquillo, ma quando entravo in campo riuscivo a esprimere tutta la mia energia e le mie emozioni, trovando lì la mia vera libertà.”
Sul rapporto con i genitori:
“Mio padre ha sempre giocato a calcio, è il mio modello. È stato un uomo severo, forse perché ha perso suo padre a 16 anni e ha dovuto farsi uomo subito. C’è sempre stata un po’ di distanza, ma oggi siamo legatissimi. Mia madre invece era quella più attenta alle emozioni, ci capiva con uno sguardo. Se devo scegliere, a primo impatto somiglio più a mio padre: do poca confidenza, ho bisogno di tempo per aprirmi.”
Sulla passione per la musica:
“Mio padre suona il basso e mio fratello la chitarra elettrica, quindi la musica ha sempre fatto parte della mia vita. Sono cresciuto ascoltando De André, Vasco Rossi e le canzoni degli anni ’80, che per me hanno un significato speciale: ogni volta che sento De André, il pensiero va subito a mio padre.
In futuro mi piacerebbe imparare a suonare la batteria, perché mi affascina il ritmo, anche se finora il calcio è sempre stato la mia più grande passione, quasi un’ossessione.”
Sulle difficoltà incontrate nel mondo del calcio:
“Soprattutto nelle giovanili ho incontrato molte difficoltà. Per anni sono stato il più piccolo della squadra dal punto di vista fisico, e spesso mi ritrovavo a giocare poco, osservando gli altri dalla panchina.
In quei momenti mio padre è stato fondamentale: mi incoraggiava a non mollare, ricordandomi che l’impegno e il lavoro, alla fine, vengono sempre ripagati. È proprio grazie a quella determinazione che oggi sono arrivato fin qui.”
Sul futuro dopo aver appeso gli scarpini al chiodo:
“Ho sempre considerato il calcio come un possibile lavoro, anche quando per me era soltanto una passione. Mi sono sempre allenato al massimo, con grande attenzione ai dettagli: in questo mi riconosco molto in mia madre, per la mia precisione e meticolosità. Anche a scuola, pur non essendo particolarmente portato per lo studio, ho capito quanto l’istruzione sia importante, e quanto mi abbia aiutato anche nel mio percorso professionale.
Per quanto riguarda il futuro, non ho ancora un’idea precisa se resterò nel mondo del calcio oppure no. Di sicuro, però, mi immagino una famiglia con la mia ragazza, dei figli e il mio cane Ettore. Per il resto, so che avrò voglia di rimettermi in gioco e di trovare qualcosa che continui a stimolarmi davvero.
