Nell’intervista rilasciata ai canali di Cronache di Spogliatoio, Batistuta ha toccato vari aspetti della sua carriera, qui racconta la sua vita prima del calcio: “Prima di giocare a calcio, ero un grande appassionato di tennis, pallavolo e basket. Ero sempre competitivo, anche se non ero particolarmente bravo. Il calcio è arrivato dopo. Il mio sogno era giocare a pallavolo a livello agonistico; a calcio, invece, giocavo con il “Gruppo Allegria”, il gruppo di amici della chiesa. Senza Jorge Bernardo Griffa non avrei mai giocato a calcio: è stato il mio primo allenatore. Era lui a spronarmi e a vedere qualcosa in me: «Vedo questo ragazzone che spacca la palla di testa, farà carriera». Sempre Griffa mi affidò poi a Bielsa, che mi mise subito a una dieta ferrea perché ero in sovrappeso. Il mio primo soprannome, infatti, era “Camion”.”
Il campione argentino parla della sua carriera a Firenze: “Nel 1991 arrivai alla Fiorentina. Non fu un inizio facile, ma con i miei gol riuscii a conquistare Firenze e i suoi tifosi. Mario Cecchi Gori lo vedevo come un nonno, ma la persona a me più vicina era Vittorio Cecchi Gori: nei momenti difficili mi è sempre stato accanto e ha sempre creduto in me. I nove anni trascorsi a Firenze sono stati stupendi. I fiorentini sono persone particolari, ma mi sono trovato bene fin da subito. Ho sempre pensato di poter fare qualcosa di grande con la squadra e con la società, perché la Fiorentina è una piazza importante. Sono andato alla Roma dopo averle provate tutte per costruire una squadra davvero competitiva a Firenze. Ho scelto la Roma perché mi piaceva il progetto e condividevo la loro ambizione di vincere. Nella mia carriera ho sempre preso decisioni con il cuore. Sono convinto che, senza quell’infortunio contro il Milan, la Fiorentina avrebbe potuto conquistare qualcosa in più. Una cosa è certa: se non mi fossi rotto il ginocchio, sarei rimasto a Firenze. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando lasciarono andare Edmondo a festeggiare: mi sentii tradito, come se fossi l’unico a lottare davvero. Persi l’entusiasmo di dover sempre convincere i tifosi. Ho sofferto molto: spesso, finiti gli allenamenti, tornavo a casa e piangevo. Dopo la storica vittoria contro il Manchester United, la Fiorentina era a un buon livello, ma mancava solidità nella società. Per vincere bisogna lavorare su ogni aspetto, e io non mi sentivo protetto all’esterno. Non c’è un gol a cui sono più legato: ogni rete segnata a Firenze la porto dentro di me. Non mi sono mai pentito di non essere andato al Real Madrid, al Milan o al Manchester United. Restare a Firenze fu la scelta migliore, e ne sono convinto ancora oggi. Rifarei tutto: non mi sono mai piaciute le strade facili.”
