Un anno fa, alle 22.40 di lunedì sera, in un San Siro traboccante, l’Italia di Gian Piero Ventura era malinconicamente fuori dal Mondiale, 60 anni dopo l’ultima volta. Il triplice fischio dell’arbitro ne portava con sé altri migliaia, più di 80 mila, quasi tutti indirizzati al tecnico.

Finita la partita le voci si rincorrono, c’è chi assicura che siano già arrivate le dimissioni del tecnico, che le ha annunciate alla squadra, come se ce ne fosse stato il bisogno. Un qualcosa che potrebbe suonare come “(Non) è stato bello, grazie e arrivederci”, ma che poi viene smentito in conferenza stampa, che arriva con ritardo epocale, circa un’ora dopo gli standard. Ma quindi, dimissioni oppure no? “Non mi sono dimesso perché non ho ancora parlato con il presidente. Quando ottiene un risultato, meritato o immeritato conta poco, quando non lo fa la colpa è dell’allenatore. C’è da valutare un’infinità di cose, parleremo con la Federazione”.

Peccato che ovviamente il grande gelo sia sceso su Ventura, che l’accordo per la risoluzione arrivi praticamente a maggio, con quasi tutte le mensilità già saldate. Un contratto da oltre un milione e mezzo di euro ritoccato verso l’alto da un Tavecchio che portava con sé Ventura come il simbolo di una sorta di continuità con Conte (ne era stato erede nel bel Bari di Ranocchia e Bonucci), Presidente poi investito dal fallimento del doppio confronto con la Svezia.

Ritornando sulle dimissioni, il problema del tempo era, appunto, un accordo economico per rompere il contratto. Oggi, a un anno da quella scriteriata scelta, sta praticamente facendo la stessa cosa con il Chievo Verona. Ha comunicato le proprie dimissioni da allenatore gialloblù ai calciatori, dopo il pareggio contro il Bologna, salvo poi andare da Campedelli a chiedere il saldo delle spettanze. O meglio, a un accordo di uscita – quantificabile in circa 12 mesi di stipendio – per rompere il contratto di un anno e mezzo fino al 30 giugno del 2020, firmato solo poco tempo fa.

La domanda è: ma chi l’ha fatto fare a Ventura? Perché è andato di peggio in peggio, bruciandosi completamente ancor più di quanto fatto a novembre scorso. Insomma, non dev’essere un mese che gli porta fortuna. Certo è che chiedere la buonuscita dopo quattro partite, un punto e una serie di brutte figure lava via qualsiasi patina positiva poteva conservare l’immagine dell’ex commissario tecnico. Il resto l’ha detto Sergio Pellissier: “Non fate come Ventura”. In effetti non sarebbe per nulla facile nemmeno pensarlo.

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