In queste settimane si  è parlato tanto di questa squadra, facendo passare il legittimo messaggio di novità e unione all’interno dello spogliatoio. Le centinaia di foto al giorno postate sui vari social da gran parte della squadra ne danno la dimostrazione, con hashtag al grido di #uniti e #insiemesiamopiùforti.

Giustamente si è anche fatto passare il messaggio che la Fiorentina è ancora un cantiere aperto, con tantissimi nuovi giocatori giovani pronti per essere modellati per spaccare l’universo calcistico.

Si è parlato tanto anche di Simeone, un gioiello classe 1995, figlio del grande Pablo. “Un ragazzo tutto “garra”, figlio e copia esatta di suo padre” è stato detto sin da subito dalla maggior parte di tifosi e giornalisti.

Per non parlare dell’allenatore. “Finalmente un italiano che si capisce bene quando risponde alle domande della stampa” fu gridato non appena conclusa la prima conferenza di mister Pioli.

Insomma, a sentire tanti, un clima e una squadra quasi perfetta. Da migliorare, magari da far crescere, ma quasi perfetta.

La realtà con la quale ci dobbiamo scontrare però, è completamente un’altra..

Acquisti quasi a caso con tante, troppe  mezze punte,  e solo un paio di terzini per fascia dal valore , ad esser buoni, alternante. Un’assenza quasi totalitaria del leader in campo, se non per un ragazzo al suo secondo anno in Serie A dai margini di miglioramento infiniti. Un allenatore già quasi completamente allo sbando che sbaglia, oltre a numerosi approcci alla partita, la gestione dei cambi. Benassi  oggetto misterioso che passa dai margini di una squadra perché “non adatto al modulo” a un’altra dove il modulo è lo stesso e Babacar schierato ala sinistra negli ultimi minuti contro il Chievo ne sono una riprova consolidante.

Per ultimo vorrei spendere due parole nei confronti di Simeone. E’ vero si che è tutta grinta e voglia di spaccare il pallone, ma per ora due reti segnate contro Chievo e Hellas sono un bottino abbastanza magro. Magari è vero, è supportato poco dai compagni che nella maggior parte dei casi lo servono male. Alcuni errori individuali sotto porta però sono evidenti, e la “garra”, in quei casi, non basta.

7 partiti e 7 punti, mai così male durante i 16 anni dell’era Della Valle. Questa è la dimostrazione che a volte, oltre ad essere giovani, uniti e vogliosi, serve anche  fare mea culpa, lavorare sodo e iniziare a giocare sporco su ogni pallone.

Matteo Fabiani