Cara Francesca,

non ti conosco di persona, né ho mai avuto la fortuna di conoscere Davide, pur scrivendo di Fiorentina da diversi anni. Eppure io, come migliaia di altre persone, coltivo da giorni una sensazione nuova, potente e squassante, allo stesso tempo.

E’ l’idea di sentirsi parte della tua famiglia, del tuo dolore, di quel senso di vuoto assoluto e dello smarrimento impossibile che solo un maledetto evento come questo può raccontare. Certo, nessuno di noi può provare nemmeno un grammo della tua sofferenza. Eppure, davanti al tuo bel viso tappezzato dalla disperazione, tutti ci siamo sentiti in dovere di fare la nostra parte.

Perché di questo si  tratta. L’evento tragico che ha deturpato i tuoi giorni migliori, ha anche innescato una reazione collettiva. Firenze si è mobilitata, e lo hai potuto vedere, dietro quel velo di lacrime. Ognuno ha cercato di prendersi in spalla un grammo di dolore, anche se non ti ha mai conosciuto, semplicemente perché non esisteva un’altra scelta: era giusto così.

Mesi fa molti di noi hanno potuto apprezzare un bel film: Collateral Beauty. Io l’ho visto in una Roma incantevole e notturna, una sera di febbraio. Nel film il protagonista, Howard Inlet (Will Smith), perde la sua bambina ed entra in un vortice di depressione. Nulla ha più senso per lui: tutto quello che prima gli dava gioia, improvvisamente non conta più. Conta solo l’inspiegabile senso di vuoto che gli spezza il respiro all’altezza della gola. Un vuoto cosmico, un male acuto, ghignante, che ti circonda le membra. Solo alla fine Howard e sua moglie trovano la forza per andare avanti. La pescano dalla “Bellezza collaterale”, un concetto tanto difficile da comprendere, quanto meraviglioso.

Ecco, Francesca. La bellezza collaterale – sono sicuro che lo sai già – sta nella vita che ti gira intorno, che continua a spingerti e va avanti, malgrado tutto. Risiede in quella stessa forza che ti spalanca le finestre, anche quando continui a ripetere “Grazie, no”. E’ nel sorriso di Vittoria: anche per lei devi trovare la forza di andare avanti. E poi, è tutta intorno a te: in quella Firenze che vuole, quasi pretende, di abbracciarvi strette, per ripararvi dal vuoto della sofferenza. E’ nel sorriso di Davide e nei mille ricordi di chi continua a volergli bene. E’ nelle decine di facce sconosciute che si sono sentite parte di un tutto più grande e che ti hanno dedicato un pensiero, anche solo uno.

Così, Francesca, lascia che Firenze – e non soltanto – sia la tua personalissima bellezza collaterale.

E tu, Vittoria: hai soltanto 2 anni ed una vita da scalare. Ma non sarai da sola a farlo, né ti sarà precluso di sapere che uomo fosse tuo padre.

Ognuno si sente in dovere di fare la sua parte, si diceva. Forse perché quello che è successo a te, Francesca, potrebbe accadere a chiunque di noi. E, personalmente, penso che il compito di chi scrive sia quello di cambiare in meglio anche solo un centimetro dell’universo di chi legge, dalla riga uno a quello che è.

Sono sicuro di non esserci riuscito, perché non riesco nemmeno ad immedesimarmi nel tuo dolore. Però sentivo di dovertelo, come molti di noi. Ché il senso di vuoto, forse, peserà un po’ meno se non camminerai da sola.

Paolo Lazzari 

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