LE PAROLE SONO IMPORTANTI..L’EDITORIALE DI DARIO GHEBBE

 

Paulo Sousa sa bene come usare la comunicazione, al contrario della società.

 

La usa con estrema attenzione sin dal primo giorno, da quando è arrivato qui con quell’aria curiosa e sognatrice, da quando ha iniziato a subito a parlare di “emosioni”, di sogni, di “ambisioni”. Da quando come pubblico eravamo molto sfiduciati e avevamo bisogno di certe parole, di certe “sensasioni”.

 

Le cose da febbraio in poi sono repentinamente cambiate, così come le sue dichiarazioni.

Tutto è cominciato verso la fine del mese, con quel “i ragazzi hanno fatto anche troppo”.

Una frase che ho rammentato anche troppo, ma che ha dato il via all’operazione “MOLLIAMO TUTTO”.

 

Tutte le interviste da lì in poi sono state in un’unica direzione: scagionare i calciatori da qualsiasi colpa, dare merito agli avversari e… vinceremo la prossima.

 

Qualcuno, iniziandosi ad incazzare per la serie di risultati deludenti, ha poi tirato in ballo la preparazione e anche lì il nostro mister ha avuto la risposta pronta. Dati alla mano ha dichiarato che a livello atletico stiamo benissimo.

 

Quindi ricapitolando: i calciatori sono incolpevoli, l’allenatore con questa rosa meglio di così non poteva fare, la preparazione è perfetta…. Si capisce che la colpa di questo calo secondo il mister è esclusivamente di stampo mentale. In pratica la società non è stata in grado di mantenere la giusta tensione e di ri-organizzare la rosa così come doveva, di rigenerare la concentrazione di tutti.

 

Non lo dice mai Paulo Sousa questo, lo lascia capire.

Così come non dice mai che non rimarrà, in quanto c’è un contratto, lo lascia intuire.

 

A questo punto devo tornare un po’ indietro, al 4 gennaio. Col nostro presidente amatissimo sig. Cognigni che raccontava come fosse bella e affascinante la Champions League e anche di come fosse costosa e pericolosa. Beh, gliene va dato atto: quantomeno ha avuto il coraggio di dirlo.

 

Non si è nascosto dietro ad un girone d’andata fantastico.

 

Il progetto di Sousa è quello di andarsene, quello della proprietà di fare la consueta domanda: “l’allenatore dica che non va altrove”. Un rimpallo nel quale siamo diventati professori. E che ha stancato tutta la città. I danni di questi comportamenti li vedremo negli anni, quando lo stadio sarà ancora più vuoto.

 

Ma per quale orrendo motivo devo sentire il mio allenatore dire dopo la ridicola prestazione di Udine:

“Quella di oggi è stata una bella preparazione per la Juve. Vogliamo rendere orgogliosa la città”.

“Poca determinazione? I ragazzi comunque hanno dato tutto per provarci, ma non ci sono semplicemente riusciti. Guardo sempre avanti, sono realista ma mi piace sognare, e soprattutto non guardarmi mai indietro”.

“Astori non l’ho inserito per scelta tecnica. Volevo dare continuità alla linea difensiva che aveva giocato contro il Sassuolo”.

 

Ma perché ci dobbiamo sorbire queste stronzate disumane, mi chiedo per-ché.

Perché a lui fa comodo? Perché così fa incazzare tutti e riesce a farsi mandare via?

 

Come fa una partita a servire per preparazione ad un’altra, ma stiamo scherzando?

Come si fa a parlare di determinazione in una gara dove siamo stati continuamente sorpresi, dove siamo stati molli per 95 minuti filati?

Come si fa a non inserire tra i titolari Astori, quando hai Roncaglia e Tomovic ma soprattutto Gonzalo Rodriguez?

 

Alcune voci dicono che i due abbiano litigato dopo Empoli. Pare che Astori abbia chiesto a tutti di prendersi le proprie responsabilità e di invertire la tendenza. Discorso evidentemente poco apprezzato da uno spogliatoio composto da individui praticamente privi di personalità. E ancor meno apprezzato da un allenatore che ha come unico interesse la rottura totale con l’ambiente, in modo così da salutare tutti a giugno, magari con una buonuscita dovuta alla rinuncia del contratto.

 

I Della Valle hanno trovato i “partners perfetti”. Finalmente c’è qualcuno di credibile con il quale suddividersi le colpe: un allenatore ed un gruppo di giocatori che hanno lavorato “a comando”, facendo un girone d’andata da scudetto e un girone di ritorno da salvezza, perché… “mancavano gli stimoli”.

 

L’antico istituto delle dimissioni non esiste più a quanto pare. E forse, neanche la professionalità.

 

Dario Ghebbe Il Gazzettino Del Chianti

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