Come si fa ad essere bianconeri? I dieci tipi di tifosi della Juventus

Spesso, tra uomini e donne appassionati di calcio, si sente questa domanda: come si fa ad essere juventini?

Spesso, tra uomini e donne appassionati di calcio, ho sentito questa domanda: come si fa ad essere juventini?

Sono la grande maggioranza dei tifosi italiani. Facile intuire quanto dipenda dal fatto che abbiano vinto più di tutti. In Italia.
Come tutti sanno, il grande bacino dei tifosi bianconeri italiani è nel meridione. Un fatto evidente, senza scoprire la solita oziosa questione (anche un po’ razzista, diciamola tutta) per cui il tifoso del Sud, magari emigrante, non avendo squadre vincenti da sostenere, si aggrappava ai colori asettici di una squadra non immediatamente (ed etimologicamente) rappresentativa di una città.

In effetti la Juventus fu storicamente soprattutto una grande mossa sociale, politica e di mercato di una delle famiglie industriali più potenti d’Italia. C’è poco altro da aggiungere. La Juve era il “soma” per l’operaio in fabbrica lontano da casa e terra. Oggi lo è soprattutto per l’italiano medio, consumatore di abbonamenti tv e digitali.

Tutto l’italico andazzo per cui i potenti finiscono sempre per prevaricare in maniera oscena sui possibili competitori, (in ogni ambito, notate bene) è solo una lampante dimostrazione dell’inesistente meritocrazia (per non dire giustizia) nostrana: qui da sempre, non vince o emerge il più bravo, ma quello più “raccomandato”. Mentre in Europa, spesso, è un po’ più faticoso. Dunque non si capisce proprio perché, annotiamolo subito per i farisaici super partes, in un un paese dove non funziona nulla, dovrebbe essere invece sano il calcio.
Detto questo è curioso notare alcuni profili tipici dello juventino medio, che appunto vive questo conflitto d’interessi fin da piccolo, tra lamenti sulle “cose che non vanno” in Italia e personale rivincita sociale per le vittorie periodiche della “sua” Juve. Un autentico ebete (si veda l’etimologia) sotto quest’ottica.

Si tratta infatti di un dramma psicologico che è difficile da invidiare. Il tifoso juventino contesta (giustamente) insieme al resto degli italiani tutto quello che non funziona del suo Paese, dalle tasse alla classe politica, dalle scuole ai sindacati, dalla Rai alla stessa Fiat, ma poi scopre l’oasi del sistema calcio/tifo, dove magicamente tutto funziona, tutto torna. La Juve vince (solo nella stessa Italia) e (li) convince. Senza rubare, senza illeciti, senza macchia e senza paura… Incredibile. Un vero miracolo. In confronto i milanisti comunisti affrontano meno schizofrenia col Sor Berlusca.

Non a caso, il filo conduttore che lega gli juventini (non tutti, sia ben chiaro) è quasi sempre questo: hanno un “motivo” per essere diventati tifosi della Juve. Una forma di riscatto. Che si portano dietro dall’infanzia. Sì, insomma, gli juventini sono dei “nerds” o “ex-nerds”. Un po’ sfigati. Spesso delle pippe atomiche all’ora di ginnastica. Avete presente il mitico Arisitide LinoBanfesco? Ecco. Tanto soli. Perché di fatto la loro esperienza esistenziale prosegue ad essere paradossalmente minoritaria. Altro paradosso dello juventino è proprio questo rimanere minoranza locale (eccetto che nei paesi del Sud) pur avendo la maggioranza nazionale. Alla fine a Roma, Napoli, Milano, Genova, persino a Firenze restano sempre un “gruppetto”.

Per non parlare di Torino, dove vengono additati dal crudele rapporto con i torinisti, veri padroni della città, quali “gobbi”. Termine adoperato poi da tutti gli altri, in particolar modo dai fiorentini, per riconoscerli e salutarli con affetto.

Ma senza essere troppo spietati, analizziamoli meglio in una rapida analisi tanto superficiale quanto esaustiva.

1)Il negazionista:
Figura relativamente recente. Sorta dopo Calciopoli e rinfrescata dopo l’affaire Conte. La sua missione nella vita è dimostrare che la Juventus è molto più vittima che carnefice. Processi, pene, condanne, doping. Tutto falso, tutto ignobile. Forse nemmeno esistito. Ha studiato le carte, mentre noi andavamo al mare, lui ripassava i faldoni processuali, i vizi di forma, le aporie logiche. Come qualcuno accenna ai “presunti furti” della Juve, si scatena. Ed è pronto a querelare. Dopo gli scandali, ama anche di più la sua Vecchia Signora, Conte (nonostante il mini-scisma) e la Santa Triade. Più di un marito. Un martire.

2) Il tecnico:
Sicuramente il più buffo. Parla di calcio come se avesse giocato a pallone con Liedholm e Crujiff, insegnandogli tattica. Sa tutto. Ti spiega tutto. Si aggiorna come un notaio sulle novità della Federazione. Si fa spiegare a voce da Blatter le applicazioni arbitrali dei regolamenti. Spesso si finge esperto anche di altri sport per darsi tono. Assomiglia al negazionista, col quale intrattiene lunghi convenevoli, sulla “sportività”, la cultura della legalità e la purezza di Conte, ma l’uomo da salvare per lui non è tanto il Moggi di turno, quanto l’arbitro italiano, figura che, sotto sotto, stima e ammira. Forse avrebbe voluto farlo come carriera. Per il direttore di gara è pronto a scalare un grattacielo di cristallo. A mani nude. Tranne in quei rarissimi casi in cui il fischio determinante risulti contro la Juve. Allora lo fa a pezzi, da represso. Curioso notare come ami molto le armi dello specchio riflesso quando finisce (sempre) a litigare, alleandosi a lui. Con esso condivide soprattutto la quantistica tesi metafisica di essere “oggettivo”, iniziando delle sparate faziosissime salendo su una cattedra ideale, con il celebre ossimoro: “Siamo oggettivi…”.

3) Lo snob:
È diventato juventino perché credeva così di essere più elegante. Ricorda Fantozzi col Megadirettore. È davvero convinto che l’avvocato Agnelli fosse un signore. Di norma sa di calcio quanto Alba Parietti ai tempi di Golden Goal. Tutto sommato è innocuo. A parte quando si accendono gli animi e fa subito a gara col retorico, nel sottolineare che il “calcio è solo un giuoco” (o quando vuole essere più trasgressivo, “22 uomini in mutande dietro un pallone), per poi condire sempre la scena del delitto con la morale del “pericolo di esasperare” gli animi. Ed è “questo che produce la violenza negli stadi”. Mica i torti sportivi. Le evidenti ingiustizie. Anzi, quelle fanno bene, corroborano la “cultura della sconfitta”.

4) Il pentito:
Comincia quasi sempre col dirti che “non gli piace vincere così”. Giustifica la sua fede calcistica per eredità familiare. Suo padre lo voleva chiamare Omar in onore di Sivori. Spesso aggiunge che ha origini piemontesi. Insomma non la vive benissimo. Si vergogna. Ma ha ancora il poster di Del Piero, la foto con Bettega, le VHS di Platini, la maglietta di Furino. Gli sembrerebbe ipocrita cancellare tutto. Durante Calciopoli si vestiva di nero. Chiedeva scusa a tutti. Tranne agli interisti. I suoi unici veri nemici.

5) Lo specchio riflesso:
Cintura (bianco) nera di ultima parola. Terrore dei forum e dei social network. Deve uscire vincitore dal duello verbale con l’avversario. A pallone palleggia a fatica, ma con le parole fa pressing asfissiante. Parte sempre forte con gli uno-due classici “rosiconi/piagnina” (lui che latra appena riceve un presunto torto in perfetto stile Conte ad Istanbul) ma la sua spada laser è la proiezione. Snocciola “situazioni simili” da ogni parte. Interpretazioni. Casistiche. Retroscena. Turone era in fuorigioco, Ronaldo era in sfondamento, Viola e i rolex, Nakata non doveva giocare, le condanne di Moratti, Ferlaino, Berlusconi e Cragnotti, Zeman si droga, Collina corrotto. Non si salva nessuno. Per non parlare dei gol fantasma, i rigori, le ammonizioni, fino agli striscioni o ai cori. Può passare mesi, anni a scrutare partite e moviole altrui con un “errore simile”, in particolar modo quelle dei suoi nemici storici (Inter e Roma su tutti), per poter puntare il dito e sfoderare la scimitarra del paragone (mai calzante, ovviamente): “se fosse successo alla juve…”. Del resto ognuno ha i suoi scheletri. Se quelli juventini non entrano più negli armadi di mezza Italia non importa. Quelli degli altri sono riutilizzabili. #Finoallafine.

6) Il retorico:
Favoleggia sulla sportività del calcio, anche se non fa altro che ricordarci come gli altri sport siano vissuti meglio. È quello che “riconosce” sempre. Riconosce la forza della tua squadra. Riconosce che ci sono degli errori arbitrali. Riconosce che l’arbitro non era adeguato. Riconosce che c’è la “sudditanza psicologica”. Riconosce che c’era un sistema non proprio regolare. Ma ora è tutto a posto. Anzi hanno pagato fin troppo. Altrimenti perché seguire ancora il calcio? Stima Totti ma aggiunge che non è un vero campione per gli atteggiamenti. Tifa per le italiane in coppa. Stringe la mano a fine partita anche se è al pub. Avete capito: un emerito pirla.

7) Il superbo:
Il mio preferito. Lo ammetto. Quasi tollerabile, alla fine fa sempre ridere. Perché almeno non pretende di essere “sportivo”. Non si arrampica sugli specchi per dimostrare teorie meno credibili di quelle sulle scie chimiche, secondo le quali “alla fine gli errori si compensano”. Semplicemente se ne frega. Anzi gode rubando. Gli piace vincere così e vedere tutti gli avversari con la schiuma alla bocca. Gli mancano Moggi e gli arbitri chiusi negli armadietti, ma certe soddisfazioni se le toglie ancora. Certo, quando vince con merito (cosa che per sua fortuna ha ritmi più che bisestili), è visibilmente turbato.

8) L’amico:
Ricorda una celebre vignetta di Novello sul Ratto delle Sabine. Tifa juve in città dove si poteva scegliere meglio. Esistevano salubri alternative. Ma è capitato. Ora è una croce per tutti. Soprattutto per se stesso. Ha troppi amici importanti che vomitano sulla juve. Così è costretto a non esagerare quando tutti esagerano. Si scatena quando gli avversari sono “terzi” (tipo in Europa, dove gli dice pure male) ma soprattutto quando gioca la nazionale gremita zuppa dei “suoi” giocatori. Se gli chiedi di che squadra sia, risponde sempre ridendo, come se fosse una battuta. Che non fa ridere nessuno. Ma cerca sempre di scherzare, cambiare discorso, prendere di mira i duelli da derby degli amici. Spostare il tiro. Che fatica. Ricorda le risate, gli applausi e i fischi registrati delle sitcom americane. Fa tutto sa solo.

9) Il superiore (o il muto):
Altro tifoso che sopporto più facilmente. Non si capisce fino a che punto si comporti così per superiorità o per vigliaccheria, ma rispetto a lo snob e al superbo è molto meno loquace. È quello che si siede sempre dietro o di lato nei salotti degli amici spaparanzati davanti alla tv. Urlanti. Allo stadio non mette nemmeno un foulard che tradisca la sua appartenenza. Fa spallucce su ogni accusa. Alza gli occhi al cielo. Esulta composto. Come gli uomini che dopo anni di onanismo nascosto hanno imparato a godere in silenzio. Ormai dissimula anche da solo. Finge di pensare a cose più importanti. Ma soprattutto, Dio lo benedica, tace.

10) Il simpatizzante:
Temibilissimo. Essere ripugnante perché capace di cambiare fede calcistica con estrema facilità. Roba che in confronto cambiare religione è uno starnuto. Quasi sempre proviene da tragiche realtà esistenziali, come la propria squadra in B, o dalla stagnante colonna di destra della classifica. Vuole entrare a gamba tesa nella mischia del bar dove ci si gioca tutto. E sceglie la squadra del momento, che spesso, guarda caso, è appunto la Juve. Ci tiene a far sapere che è solo un simpatizzante, ma proprio per questo diventa antipatizzante perfino a sua madre. Non ha amici, solo conoscenti.

 
Marco Fiocchi – Medium.com

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